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E se fosse depressione?
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La depressione, si sa, è di gran moda. Ne parlano i giornali, ne parla la televisione. Si fondano società di pazienti e società di terapeuti. Si stampano opuscoli che spesso vengono diffusi come supplemento di riviste o quotidiani. L'attenzione del pubblico viene captata con titoli immaginifici quali " il mare oscuro "oppure " il nemico nascosto ". E tuttavia non sempre tutto questo contribuisce ad aumentare la reale conoscenza del fenomeno.
Si dice "depressione" e il pensiero corre a poveri disperati che nella vita hanno perso ogni interesse e che stanno meditando il suicidio, e a cliniche psichiatriche dove pazienti dallo sguardo reso allucinato dall'assunzione di quantità sempre maggiori di antidepressivi e di neurolettici si aggirano senza meta, come zombi. Ne consegue la repulsione, se non il terrore per i farmaci, sostenuto dalla convinzione che una volta che se ne sia iniziata l'assunzione non ce ne si potrà più liberare. Il depresso, così come viene immaginato, ha dunque lo sguardo perennemente triste, piange spessissimo, veste con trasandatezza. Tutto questo può essere vero e sicuramente lo è, molto spesso, per gli uomini. La depressione maschile infatti quasi sempre si manifesta con evidente immediatezza. Il paziente entra e ti fissa con espressione atona, la mimica del viso è ridotta, l'andatura irrigidita. Ciò però non sempre vale per le donne. Da esse la società si attende la supina aderenza ad un modello femminile stereotipato, connotato da attrattività, eleganza, spirito arguto e brillantezza. Ed ecco allora che in un consistente numero di donne la depressione si maschera, cercando di celarsi al giudizio della società e del medico, e si rifugia in manifestazioni d'ansia e di disagio corporeo. Certo, non si tratta della cosidetta "depressione maggiore'. Ma esiste, molto più frequente, una depressione "minore". A questa, come spiego alle mie pazienti, sono solito attribuire tre caratteristiche distintive: la depressione minore è diffusissima, nella maggioranza dei casi non viene individuata e tantomeno curata, è relativamente facile da gestire.
La frequenza con cui questa forma di depressione si riscontra nelle pazienti e in soggetti cosidetti sani ha da tempo cessato di sorprendermi. Spesso, nel corso di una conferenza, affronto così questo argomento: " In questa sala siamo circa in duecento?. Bene, ciò significa che almeno una cinquantina di persone soffrono di questo problema!" Ciò non manca di sollevare un lieve brusio: non pochi sguardi, specie femminili, si rincorrono e si cercano da un capo all'altro della sala e non poche teste si chinano in contenuti cenni di assenso.
Quello che è vero per una popolazione per così dire normale lo è, in misura ben maggiore, per quanti soffrono di mal di testa. Non in tutti, certamente, ma in molti di essi il dolore, specie se cronico e di lunga durata si accompagna a quelli che in gergo psichiatrico si definiscono "disturbi dell'umore". Tali disturbi sono una conseguenza del dolore oppure sono loro a provocare o, quantomeno, a favorire la comparsa del dolore? Vecchia questione, ancor oggi dibattutissima. Certo, nessuno nega che un dolore fisico prolungato, qualunque esso sia, non possa alterare la psiche di chi soffre. D'altra parte già i grandi del passato, a cominciare da Charcot e Freud, ci hanno insegnato che la psiche può produrre sintomi somatici. Così una paralisi, una psoriasi, un mal di testa possono essere il prodotto di un disagio psicologico. ll sintomo diventa così il modo con cui tale disagio emerge all'osservazione di quanti circondano il paziente.
Come abbiamo visto, nel caso del mal di testa questo meccanismo, se è presente, per lo più non agisce da solo. Tuttavia va preso in considerazione, il che,spesso, non avviene.
Può accadere che il problema venga rimosso dal medico con considerazioni frettolose quanto gratuite:" E chi non è un po' nervoso, al giorno d'oggi" , oppure " Che cosa dovrei dire io, con la vita che faccio!"
Eppure tra l'essere "un po' nervoso" e soffrire di un disturbo dell'umore corrono delle differenze non difficili da accertare, con un colloquio discreto ma approfondito.
"Sì, certo, sono nervosa, ma ho le mie buone ragioni!" Quante volte ho udito le mie pazienti motivare così il loro disagio! Ciò permette loro di collocarsi in una categoria di persone che si ritiene folta e, conseguentemente, "normale". A riprova di ciò vengono addotte spiegazioni e prospettate cause.
L'atteggiamento iniziale, in genere, è titubante. "Sa, non voglio tediarla con i miei problemi. Ma ho avuto una vita abbastanza travagliata!" E quando io ribatto "non si preoccupi, non è per curiosità morbosa di sapere i fatti suoi, ma può essere utile che lei mi racconti " allora la paziente inizia, di buona voglia, a narrare la propria vita. Ne scaturiscono le storie più disparate, spesso banali e ripetitive, talvolta ai limiti della credibilità. La separazione dal proprio marito o compagno è frequente: a cambiare sono invece modalità e cause. Talvolta essa è avvenuta dopo pochi anni di unione, per incompatibilità di carattere, tradimento da parte di lui, qualche volta da parte di lei. Però, a sciogliere la coppia può pure essere stata una intolleranza, unilaterale o reciproca, ad avere rapporti sessuali. Ho conosciuto pazienti che soffrivano di vaginiti fastidiosissime dopo ogni rapporto con il marito, ma mai se il rapporto era extraconiugale. Altre volte la coppia si scioglie dopo lunghi anni di convivenza, quando i figli sono ormai grandi, per lo più dopo un periodo di prolungati conflitti, che non mancano di lasciare qualche traccia nella psiche della paziente. Ho ascoltato storie di mariti depressi, per lungo tempo curati e sopportati dalla propria compagna, che tuttavia hanno abbandonato non appena usciti dalla loro malattia. Altre volte la fuga è avvenuta dopo che il patrimonio della moglie era stato dilapidato. Ma vi sono anche storie di crisi repentine in coppie apparentemente inossidabili, conseguenti alla comparsa improvvisa di una giovane donna. Il repertorio è vastissimo e può spaziare dal cambio di ruolo della segretaria appena assunta, alla fulminea infatuazione per una danzatrice thailandese, alla fuga con la fanciulla brasiliana che si accompagnava al figlio appena rientrato da un soggiorno oltreoceano.
Ma le ragioni che possono scatenare una depressione sono le più varie. La morte del padre o del marito, un parto, un trasloco, il cambio di lavoro od il trasferimento in altra città. Altre volte ancora la paziente non ha alcuna ragione apparente per deprimersi e si vergogna ancor di più della propria condizione.
"Non so che cosa mi capiti. In realtà non ho nessuna ragione per star male, di essere triste. Ho un marito e dei figli che mi vogliono bene; problemi economici non ne abbiamo... "
Sono questi i casi , ancor più degli altri, in un cui il fenomeno depressivo tende a celarsi al riparo di disturbi di varia natura, a carico del sonno (fatico ad addormentarmi, mi sveglio sempre stanca) o di altre funzioni (di giorno mi prendono palpitazioni, sono sempre in ansia, sono sempre preoccupata). A volte, quelle raccontate, sono crisi di panico, sia pure in forma larvata, meno drammatiche di quelle descritte nei testi.
" Non so perché, ma se penso a qualche cosa che dovrò fare, o anche senza alcuna ragione, mi prende un?angoscia improvvisa, le mani mi sudano, il cuore mi batte forte...." Le oscillazioni di peso costituiscono un altro prezioso indicatore: " Non me ne parli! Ho preso otto chili nell?ultimo anno! Eppure non è che io mangi molto, più che altro, forse, mangio disordinatamente". Approfondendo l?indagine può emergere il fatto che la paziente assume spesso piccole quantità di cibo fuori dai pasti, spesso di dolci, di cioccolato in particolare, e che, così facendo, attenua il suo senso d?ansia. Non è infrequente che ciò avvenga di notte.
Una volta delineato il problema della paziente l?ultimo ostacolo da superare è di convincerla a curarsi. Infatti, le stesse ragioni che la rendono recalcitrante ad ammettere il suo stato, gli incutono un senso di repulsione verso la terapia, specie se farmacologica:
" No, io queste cose non le prendo....non voglio abituarmi....ce la devo fare da sola!" A queste obiezioni ribatto con un?argomentazione che si rivela spesso efficace:
" Mi scusi, se lei avesse un dito rotto e le dicessero che va steccato, lo steccherebbe?"
" Certo, che lo steccherei"
" E perchè invece non direbbe "No! Non lo stecco, ce la devo fare da sola!"
In genere mi risponde uno sguardo stupito ed interdetto. Ciò mi permette di proseguire :
" Vede, il non voler assumere farmaci per curare il suo problema non è cosa saggia o eroica, è semplicemente demenziale come lo sarebbe non voler steccare un dito fratturato. I farmaci, assunti al momento giusto e in quantità giusta, la curano senza provocare assuefazione o dipendenza. In più, associando altri mezzi di terapia non farmacologica, è spesso possibile ridurne la quantità. Badi che il suo problema è molto diffuso....chissà quante delle sue amiche ne soffrono. E, in genere, a questo livello, è abbastanza facile da curare". Quasi sempre allora la paziente manifesta un certo sollievo e accetta di buon grado di intraprendere la terapia.
Ovviamente esistono mal di testa senza depressione e depressioni senza mal di testa. Resta il fatto che quando è grave e prolungato il dolore al capo si accompagna, con una certa frequenza, a un disturbo depressivo. Ciò è particolarmente vero per le pazienti che soffrono di un mal di testa pressochè perenne: la cosidetta cefalea cronica quotidiana . Si tratta di donne che presentano uno stato di sofferenza continuo; ciò che cambia è solo l?intensità del dolore e, a volte, le sue caratteristiche. In questi casi ritengo sia una buona regola iniziare a curare il disturbo dell?umore limitandosi a gestire le crisi più gravi di cefalea con un farmaco appropriato. Ciò permetterà di valutare la relazione tra i due problemi e di trattare in seguito, più adeguatamente, la cefalea residua.



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