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Il Concorso
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Il treno correva in galleria. Guido Ferraris, immerso nei suoi pensieri, contemplava, oltre al finestrino, la parete di roccia che scorreva in senso inverso.

 "Ho fatto bene?" si chiese ancora una volta.

 "Etes-vous sûr, mon ami?" Curioso, pensava Guido: al momento del commiato il professor Guillame gli aveva rivolto nel suo consueto tono pacioso e lievemente ironico, la stessa domanda di sette anni prima. Allora Guido aveva appena conseguito la specialità in Chirurgia all'Università di Milano. A Milano Guido era nato, cresciuto ed aveva compiuto tutti i suoi studi, quelli medici compresi. I suoi genitori gestivano un piccolo negozio di mercerie nella zona dei Navigli. Guido era figlio unico, ed i Ferraris avevano affrontano con gioia le spese per addottorare il ragazzo. L'idea di trasferirsi a Lione gli era venuta mentre partecipava ad un congresso in quella città. Il giovane aveva visitato il reparto di chirurgia vascolare del professor Guillaume e ne era rimasto ammirato. Decisamente la struttura era all'altezza della sua fama. A Milano la situazione si presentava priva di sbocchi per un giovane chirurgo che non godesse di appoggi particolari. A Milano come del resto altrove, in Italia. Guido aveva allora considerato che se avesse acquisito all'estero una buona esperienza in una branca emergente quale la chirurgia vascolare, gli sarebbe poi stato più facile trovare una collocazione in patria.

 "Etes-vous sûr, mon ami?" aveva chiesto anche allora il professor Guillaume quando Guido gli si era presentato. Il giovane aveva risposto di sì, ed era stato preso in forza come tirocinante e con un piccolo stipendio. Contava di rimanere per un paio d'anni. Poi, più il tempo passava e più l'idea di rientrare in patria era divenuta fastidiosa. Certo, era stato anche a causa di Joceline.

Guido aveva conosciuto Joceline in casa di un collega di reparto nel corso di una festicciola tra amici. Ricordava bene l'atmosfera di quella sera, piacevole ed accattivante, ravvivata dal fatto che a parteciparvi erano persone di estrazione ed interessi vari: medici, assistenti presso la facoltà di Filosofia, giornalisti, giovani scrittori. Joceline lo aveva abbordato mentre, comodamente adagiato su una poltrona, sorbiva un whisky e si guardava attorno. Con naturalezza, la ragazza si era seduta sul bracciolo ed aveva esordito con un "Vous êtes Italien, n'est-ce-pas?". Guido aveva annuito e le aveva sorriso con simpatia. Joceline aveva restituito il sorriso ed aveva cominciato a parlargli di se. Era appena tornata da Firenze. Vi era stata per lavoro; faceva l'indossatrice. Guido le chiese se conoscesse bene Firenze. La ragazza lo stupì: certo che la conosceva. Vi si recava spesso, per lavoro come aveva già detto, ma ogni volta ne approfittava per rivedere qualche opera d'arte a lei cara o per cogliere qualche nuovo aspetto della città. L'ultima volta, ad esempio, si era recata al cenacolo di Santa Apollonia ad ammirare "l'ultima cena" di Andrea del Castagno. Non era un pittore molto noto, almeno fra i turisti ordinari, ma lei ne era rimasta affascinata. "Senti, senti", aveva pensato Guido, "chi l'avrebbe detto, un'indossatrice francese che apprezza Andrea del Castagno!"

   Poi le aveva chiesto del suo lavoro. Joceline era una "free lance", non era cioè legata con alcuno in un rapporto continuativo di lavoro. Così si sentiva più libera, spiegò. Il lavoro era duro, l'ambiente difficile ma affascinante. Joceline, a sua volta, aveva chiesto di lui, perché la chirurgia vascolare, perché in Francia. Così avevano chiacchierato assieme per tutta la sera. Poi Guido aveva accompagnato Joceline a casa. La ragazza abitava poco distante ed i due avevano percorso affiancati ed in silenzio il breve tratto di strada lungo il fiume. Quando erano giunti di fronte al portone di casa Joceline aveva invitato Guido a salire a bere qualcosa, e lui aveva accettato con gratitudine. Erano saliti al piccolo appartamento della ragazza: qui tutto si era svolto con mirabile semplicità. Joceline aveva fatto accomodare Guido sul divano del soggiorno, aveva versato del cognac e si era seduta accanto a lui. Nel porgergli il bicchiere gli aveva sfiorato la mano con una carezza. Guido aveva posato il bicchiere e le aveva passato la mano attorno alla vita attirandola a sé. Lei lo aveva baciato sulla bocca e poi si era divincolata. "Attends," aveva sussurrato ed era scomparsa in bagno per qualche minuto. Guido aveva sorbito un pò di cognac. Poi Joceline era tornata, aveva allungato il braccio ed afferrato la mano di Guido: "Viens," aveva detto, e lo aveva condotto in camera da letto. Qui la ragazza si era liberata del vestito con mossa svelta ed era rimasta completamente nuda rivelando un corpo stupendo, della flessuosità di una liana. Guido si era a sua volta rapidamente spogliato ed i due avevano trascorso assieme la notte.

  Da allora si erano rivisti quasi ogni sera. A Guido Joceline pareva l'incarnazione al femminile del mito francese: era colta, sagace, sensuale, sfrontata fino alla volgarità e romantica fino all'ingenuità. Talvolta Guido si chiedeva se la loro storia - l'amore tra il giovane medico italiano e la fascinosa indossatrice francese - non avesse i connotati di un romanzo da appendice, ma poi argomentava a se stesso che, se anche così era, il fatto non lo turbava minimamente. D'altra parte, a ben vedere, anche i suoi rapporti con i colleghi di reparto erano alquanto artificiosi. Tutti, o quasi tutti, ostentavano nei suoi riguardi una cordiale disponibilità ma Guido aveva ben presto inteso che ciò era dovuto al fatto di essere considerato un "esterno", un elemento di passaggio, non un potenziale concorrente. In realtà tra gli "stabili" le rivalità, sotterranee o manifeste, erano feroci e si nutrivano di sguardi ironici e battute sarcastiche pronunciate a mezza voce.

 Fosse come fosse, quando Guido un anno prima era andato a parlare col professor Tavormina, direttore dell?Istituto di Chirurgia del Policlinico di Torino, era più che altro per comprovare a se stesso che il ritorno in patria gli era precluso e che quindi la decisione di restare definitivamente in Francia era l'unica che poteva prendere. Ma, contrariamente alle sue aspettative, il mostro sacro della chirurgia in Italia era parso interessato. "Chirurgia vascolare...reparto di Guillaume... molto bene, dottor Ferraris! Stiamo giusto allestendo un reparto di chirurgia vascolare. C'è bisogno di sangue nuovo qui. Nuovo e giovane!" Così si era espresso Tavormina e gli aveva consigliato di inviare i documenti per il prossimo concorso da aiuto ospedaliero. "Questo sarebbe un primo passo, dottore. Tra un anno o due anni ci sarà il concorso da professore universitario associato. Certo, qui sono in parecchi a correre... ma lei a suo favore ha l'esperienza che si è fatta...le sue pubblicazioni..." ed il discorso era rimasto in sospeso. Sei mesi più tardi Guido aveva appreso di aver vinto il concorso da aiuto. Quasi contemporaneamente a Joceline era stato offerto un lavoro a New York. La ragazza l'aveva accettato e il romanzo d'appendice si era bruscamente concluso. La Francia era parsa a Guido meno fascinosa. Il professor Tavormina, in un successivo incontro, aveva confermato il suo incoraggiamento e così ora Guido si trovava su quel treno che lo portava definitivamente a Torino.

  "Bonjour, monssieur-dames. Passeport, s'il-vous-plait." L'agente francese indossava una divisa perfetta e aveva modi da gran cerimoniere. "Merci monsieur, bon voyage." Anche questa è la Francia, pensò Guido con una punta di nostalgia.

  "Passaporto". Un appuntato con la divisa sdrucita e dal colore indecifrabile, gli si era parato davanti. Guido lo osservò in silenzio: l'uomo aveva una carnagione olivastra, due baffi pronunciati, la barba mal rasata, il colletto slacciato. "Passaporto," ripeté l'uomo con una punta di stizza. Guido porse il suo passaporto e quello prese a sfogliarlo lentamente.

  "Ferraris Guido," compitò con marcato accento meridionale. "Ci trasferiamo in Italia, signor Ferraris?" Guido sobbalzò, sorpreso ed irritato.

  "Sì... perché?" L'uomo non rispose, e restituendo il passaporto fissò Guido con gli occhi grigiastri ed abbozzò un sorriso che al medico sembrò canzonatorio. Guido si sforzò di sostenere il suo sguardo e represse un lieve senso di inquietudine.

 

 

 

  Quando il tassì svoltò in via Corte d'Appello e si addentrò nel dedalo di vie della città vecchia, Guido comprese di aver fatto un errore. A Lione aveva abitato in un alloggio mansardato di Rue de la Tour rose, nel quartiere medioevale della città. Cercando casa in quella particolare zona di Torino si era illuso di attenuare il trauma del trasferimento. Visto di giorno ed in stato euforico dopo il colloquio con Tavormina, il quartiere gli era parso piacevole. Ora dal finestrino del tassì scorgeva muri scrostati che riflettevano la scarsa luce di orrende lampade al neon e rari passanti che scomparivano all'interno di androni angusti, oltre i quali si indovinavano cortili maleolenti di cessi e pattume. Marocchini furtivi e prostitute obese rispondevano con occhiate ostili ai suoi sguardi inquieti.

  Via Santa Chiara 17. Il tassì si arresta dinnanzi ad un portoncino in legno. Guido scende, scarica i bagagli e paga. I nomi sulla pulsantiera, scritti a macchina o vergati a mano con calligrafia incerta, evocano un'umanità grigia e dolente.

  Susy... Abdull-el-ha... Esposito Calogero... Quello della sua affittuaria suona quasi provocatorio: Pautasso Adele. Guido suona e dopo pochi istanti la porta si apre a scatto. Madama Pautasso lo attende sul pianerottolo davanti all'entrata del suo alloggio al pian terreno. Donna anziana, di bassa statura, capelli bianchi solcati da rade chiazze grigiastre, viso affilato, sguardo vivace con occhi in movimento continuo.

  "Oh, signor dottore, bene arrivato! Sarà stanco... venga che le offro qualcosa da bere." E vinta con facilità la timida resistenza del giovane lo sospinge all'interno di una cucina- tinello e poi scompare a cercare bicchiere e liquore. Guido si guarda attorno. L'ambiente è illuminato dalla luce spettrale di un cerchio di neon che pende dal soffitto. Il giovane è colto da un dubbio assurdo. "Che il neon sia una regola del quartiere?" si chiede. Al centro della stanza è una tavola  ricoperta da una tovaglia di tela cerata e ai due angoli in fondo, su sgabelli disposti simmetricamente, due statue in terracotta di circa un metro di altezza che Guido contempla allibito. La statua di destra è un Cristo in piedi, giovane e barbuto, con un mantello turchino ad ampio panneggio, la mano destra in atteggiamento benedicente e la sinistra con il dito indice puntato verso un cuore sporgente dal centro del torace e stillante sangue color rosso amaranto. La statua di sinistra è invece una madonna, anch'essa ricoperta di un mantello turchino, braccia semiaperte, testa lievemente reclinata, sguardo rivolto in alto, occhi che lacrimano.

  "Le piace la mia Vergine Dolorosa, signor dottore?" E' madama Pautasso che ritorna con un bicchiere in mano ripieno di un liquido color brillantina. Guido si scuote, farfuglia qualcosa che può sembrare un assenso.

  "Sono contenta che le piaccia, dottore... Sa, io sono molto devota alla Vergine Dolorosa!" Madama Pautasso fissa Guido negli occhi e prosegue:

  "Oggi purtroppo i giovani non apprezzano più queste cose, anzi ne ridono... sono troppo materialisti, i giovani." Guido allarga le braccia in un gesto deprecatorio e poi beve un sorso di liquore: il gusto è dolciastro, stomachevole.

  "Come farò a finirlo?" si chiede disperato. Intanto madama Pautasso si sta progressivamente infervorando:

  "Non c'è più religione, caro il mio dottore! Non c'è più morale. Sa cosa faccio io quando ho dei problemi? Vengo qui , mi inginocchio, e recito un rosario alla Vergine Dolorosa e al Divino Cuore di Gesù. E loro mi ascoltano... qualche volta mi sorridono anche..." Gli occhi di madama Pautasso scrutano il giovane medico come per cogliere la sua reazione a quei discorsi. Il viso della vecchia si è come indurito, l'espressione si è fatta lievemente allucinata. Guido, sempre più a disagio, si limita a brevi cenni di assenso col capo ed intanto mantiene uno sguardo compunto.

  "Non so se lei mi capisce, caro il mio dottore, forse anche lei ride di me..." Il tono di madama Pautasso si è fatto quasi accusatorio. Guido nega concitatamente, poi chiude gli occhi e si impone di bere in un sol sorso l'intruglio che tiene in mano. Quindi adduce una grande stanchezza, ritira la chiave del suo alloggio e si congeda.

  Raccoglie i bagagli lasciati in entrata e si inerpica per una rampa di scale buie e strette. Mentre sale, scorge un'ombra disegnarsi sulla parete e scendere verso di lui. Quando la incrocia, intravede per un istante un viso ossuto e scurissimo, con baffi e labbra sottili che si stirano in un sorriso ambiguo. Poi Guido raggiunge il secondo piano, armeggia per un pò con con la chiave ed entra alfine nel suo alloggio camera-tinello-servizi. A tentoni cerca l'interruttore e accende la luce dell'ingresso: grazie a Dio non è un neon. Sulla parete verso la porta vi sono due gancetti per appendere le chiavi e un attaccapanni di legno scrostato. Davanti a lui intravvede il tinello con tavolino e credenza. Sulla parete di destra del tinello si apre la porta del cucinino, su quella di sinistra la porta della camera da letto. In fondo una finestra con gli scuri socchiusi. Guido attraversa il tinello, apre finestra e scuri e guarda fuori nella via. L'uomo scuro ed ossuto incontrato sulle scale è fermo sul marciapiede di fronte e lo sta osservando. Quando incrocia il suo sguardo si volta e scompare. Innervosito Guido alza gli occhi ed incontra un secondo sguardo: quello di un diavoletto di pietra la cui testa sporge facendo uno sberleffo dalla parete della casa di fronte. Guido richiude la finestra. In bocca ha ancora il gusto dolciastro del liquore che gli richiama alla mente lo sguardo esaltato di madama Pautasso mentre insinua "Forse anche lei ride di me..." Guido scuote il capo: "Eppure, quando sono venuto a trattare per l'alloggio sembrava una vecchietta così affabile e simpatica," pensa sconsolato. D'un tratto è colto da una spossatezza intensa quanto improvvisa. Apre la valigia lasciandola posata sul pavimento e senza disfarla ne estrae il pigiama. Va in bagno e si cambia rapidamente. Quindi si butta sul letto cercando di prendere sonno.

 

 

 

Il mattino successivo Guido si presentò per tempo all'ingresso del policlinico.

  "Sono un medico, vado dal prof. Tavormina." All'interno della garitta, un custode con un viso largo, labbra negroidi e capelli lunghi e riccioluti interruppe la lettura del giornale e considerò Guido con uno sguardo annoiato. Poi, senza proferire parola, fece un cenno del capo quasi impercettibile che Guido interpretò come di assenso. Mentre si avviava lungo il corridoio, il medico ebbe la spiacevole sensazione che l'uomo continuasse ad osservarlo. Si fece strada tra una folla di barellieri ed infermieri sbracati e vocianti, medici frettolosi, degenti in pigiama e ciabatte, donne che reggevano grosse borse di plastica. Giunse infine davanti ad una porta a vetri su cui campeggiava una scritta: Chirurgia Generale. Direttore Prof. Umberto Tavormina. La superò e si trovò in un corridoio lungo una ventina di metri, in diretta continuazione con quello generale. Sui due lati si aprivano numerose porte: uffici, archivio, biblioteca, aula, stanze degli assistenti. A metà corridoio, sulla sinistra, una targa annunciava segreteria e direzione. Guido bussò sul vetro della porta semiaperta, entrò  e rivolse un cortese "Buon giorno" ad una donna seduta dietro la scrivania. La donna volse il capo verso di lui, rivelando un viso precocemente sfiorito, uno sguardo vacuo e vistosi capelli biondotinti. Prima che ribattesse, fu distratta da un saluto di un giovane medico che transitando in corridoio, l'apostrofò con un sonoro "Ciao Ines!" "Ciao, caro," ribatté Ines in tono confidenziale. Si rivolse infine a Guido con un "Dica!" perentorio. Guido si presentò e spiegò che aveva un appuntamento con il direttore.

  "Vedo se può riceverla," fece Ines con sufficienza, e chiamò il direttore tramite la linea interna. La pronta disponibilità di Tavormina  la lasciò un pò interdetta e provocò un subitaneo ammorbidimento del suo tono di voce:

  "Si accomodi pure, dottore, il direttore l'attende." Cinguettò ed introdusse Guido nella stanza attigua.

  L'ufficio del direttore era arredato sontuosamente: pavimento moquettato, quadri d'autore alle pareti, grossa scrivania in legno di tek. Tavormina era in piedi e si fece incontro a Guido tendendogli la mano con affabilità. Il professore era uomo di alta statura, dinoccolato, con capelli grigiocenere e sguardo aperto.

  "Benvenuto, dottor Ferraris, si segga." ... ...

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